Modena, 2ª vittima dello stupratore nigeriano: “Dopo 2 settimane me lo sono trovata di fronte, servono pene certe”

Di Serena Arbizzi – «Servono pene certe. Mi sono trovata due volte faccia a faccia con il mio aggressore a distanza di due settimane: se dopo la prima fosse stato assicurato alla giustizia, non sarebbe tornato per legarmi e imbavagliarmi in negozio. E non sarebbe volato addosso alla commessa di via Emilia Est l’altro giorno».

Sono trascorsi quasi due anni da quando la giovane commessa della Profumeria Vaccari di largo Garibaldi ha subito i due agguati, ma i suoi occhi chiari si sgranano ancora mentre ricorda ogni dettaglio di quell’episodio ed è sconcertata nel vedere come fosse libero, mentre lei lo credeva morto. L’aggressore nigeriano che si trovò di fronte, nel dicembre 2019, venne accusato di rapina e tentata violenza, ed è lo stesso 37enne che ha tentato di strappare i vestiti alla commessa dell’Onze Point di via Emilia Est, dopo averla scaraventata a terra.

Che effetto le ha fatto sapere che il suo aggressore era in libertà e ha colpito ancora?

«Sono rimasta sconcertata: mi avevano detto che era deceduto a causa di problemi di salute. In seguito alla rivolta del Sant’Anna, nel marzo 2020, era stato trasferito a Trento, poi ero venuta a sapere della sua morte».

Cosa ricorda di quei due episodi terribili?

«È stata una vicenda terribile. La prima volta, a inizio dicembre 2019, l’intento di quel balordo era quello di rubare e basta, così scappò. La seconda aveva intenzione di violentarmi e ha detto: “Ti stupro”. Ho capito le sue intenzioni anche dai suoi gesti, ma non è riuscito a farmi niente. Però, mi ha legata nello sgabuzzino. Ha tagliato con il coltello la mia sciarpa per legarmi i polsi, per poi bendarmi gli occhi e imbavagliarmi. Si vedeva che era fatto e gli servivano i soldi della rapina per comprare gli stupefacenti, evidentemente».

In quel momento cosa ha deciso di fare?

«Ho cercato di mantenere la calma e sono stata ferma, per non provocarlo. Ogni reazione avrebbe potuto fare la differenza. Mi ero liberata subito dalla sciarpa con cui mi aveva legata, ma ho ritenuto più prudente stare ferma. Lui mi diceva: “Resta qui che deve arrivare un mio amico”. Quindi ho pensato a un complice».

Chi l’ha salvata da quell’incubo?

«Mentre ero nello sgabuzzino, un cliente ha suonato il campanello. Lui si è spaventato ed è scappato. E per me è finita l’angoscia. Una settimana dopo lo hanno preso, proprio in largo Garibaldi, a due passi dal negozio…».

Come hanno influito su di lei le rapine e la tentata violenza, a distanza di quasi due anni?

«Nonostante siano state due esperienze negative, ho cercato di trarne il meglio e sento di avere imparato delle qualità. Forse, il fatto che non mi abbia violata fisicamente ha influito. È possibile che, se fossi stata al posto della commessa di via Emilia Est, avrei reagito diversamente. Ma dal giorno successivo ho parlato con tante persone degli episodi sconcertanti di cui ero stata vittima.

Non ho mai amato piangermi addosso. Nel brutto, aver superato quest’esperienza mi ha dato più coraggio anche in altri fronti della vita. Ho sentito, quando è suonato quel campanello, che un angelo mi stava prendendo per mano e mi dava la forza di andare avanti e tornare al lavoro già dal giorno dopo».

Quali provvedimenti concreti dovrebbero essere adottati per le donne?

«Servono maggiori garanzie a tutela delle vittime. Ricordo che dopo la prima rapina mi dissero che, siccome non c’era un’arma, nonostante la denuncia non si sarebbe potuto fare più di tanto. Invece, non ci sarebbe stato il secondo agguato se lo avessero fermato e fosse rimasto in carcere. È un problema nazionale: la povera ragazza di Aci Trezza aveva denunciato. Poi, ci siamo trovati a piangerla quand’era già avvenuto l’omicidio…».

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