L’idiozia del governo sul Green Pass: agenti insieme nella volante, ma non possono mangiare in mensa

Di Miriam GualandiInsieme nello stesso ufficio, nella stessa auto di pattuglia, nello stesso alloggio. Ma non si può mangiare insieme nella stessa mensa. Questa la decisione presa dall’oggi al domani dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza e che ha di fatto creato una situazione di discriminazione all’interno delle forze dell’ordine.

Dai Carabinieri alla Guardia di Finanza, dalla Polizia di Stato ai Vigili del Fuoco, tutti gli uomini e le donne che lavorano per rendere più sicuro il nostro Paese, da qualche giorno non sono più uguali. Anche loro vengono divisi in cittadini di serie A e cittadini di serie B, per la sola colpa di non avere il green pass.

Le immagini di poliziotti sprovvisti di green pass costretti a mangiare per terra, seduti sui gradini fuori dalle mense, o su supporti di fortuna hanno fatto il giro d’Italia, arrivando anche a svegliare i sindacati, costretti a chiedere spiegazioni sulla situazione e a ricordare che le mense non sono equiparabili a ristoranti, ma sono luoghi di lavoro, tutelati da contratti nazionali.

Non la pensa così Palazzo Chigi, che in una Faq governativa ha ribadito che “per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde COVID-19”.

Un nostro telespettatore, ex poliziotto in pensione, ci ha fatto notare che esiste un documento del Ministero dell’Interno intitolato “Codice di comportamento dei dipendenti del Ministero dell’Interno“. È bene ricordare che ogni cittadino e ogni lavoratore è tutelato da diritti imprescindibili, che ognuno di noi è tenuto a far rispettare quando questi vengono lesi in modo così evidente.

La Polizia di Stato dipende direttamente dal Ministero dell’Interno, che ha messo nero su bianco all’articolo 1 del codice di comportamento dei propri dipendenti il rispetto della dignità e dei diritti dei lavoratori. Nel documento si legge che il Ministero ritiene “imprescindibile” la prevenzione e il sanzionamento di qualsiasi atto che offenda la dignità della persona umana, e che ne comprometta la libertà personale e d’espressione.

Si garantisce inoltre la tutela da atti o comportamenti, che comportino discriminazioni di qualsiasi genere. In particolare, viene curato il contrasto al mobbing o a qualsiasi altra forma di discriminazione, da attuare con il ricorso a misure adeguate e tempestive. Il Ministero, inoltre, deve garantire ai dipendenti un ambiente di lavoro sicuro e confortevole, rendendo idonei sia sotto il profilo della sicurezza che sotto il profilo sanitario, gli ambienti ed i luoghi di lavoro.

Dunque, secondo voi è idoneo sotto il profilo della sicurezza sanitaria mangiare seduti in terra, o in piedi a 40 gradi o sotto la pioggia quando verrà l’inverno? Evidentemente, no. Si previene la discriminazione quando un gruppo di lavoratori viene additato come “diverso” e costretto per questo a mangiare lontano da tutti gli altri? Anche in questo caso la risposta è No.

Secondo quale logica, poi, l’eventuale contagio da Coronavirus non avviene nello stretto abitacolo di una macchina ma avviene seduti a un tavolo, dove volendo si può stare ben distanziati?  Se l’obiettivo dei Ministeri non è discriminare allora si rende necessario dare un’alternativa ai dipendenti sprovvisti di green pass. Il Sap, per esempio, ha chiesto in un comunicato che si diano ticket elettronici, come già avviene per l’Amministrazione Civile, in modo che ogni operatore delle forze dell’ordine possa decidere se usufruire o meno della mensa.

Non siamo pochi. Cerchiamo di controbattere, ma oggi siamo in una fase in cui possiamo solo difenderci cercando di portare a casa meno danni possibili”, ci dice un nostro telespettatore interno all’ambiente delle forze dell’ordine che ha preferito restare anonimo. Ci racconta di un ambiente in cui resistere è difficile, dove anche tra colleghi si respira rabbia e incomprensione: “C’è quello che mi ha detto, io mi sono fatto un vaccino di cui ancora non conosco gli effetti perché tu non hai rischiato come me? Il nostro è un mondo fatto di disciplina, di “yes man”, dove se il tuo superiore ti impone qualcosa è molto difficile non farla. Ci sono dei corpi delle forze dell’ordine che hanno fatto delle liste pubbliche con i nomi di chi si era prenotato per il vaccino: quindi tu potevi vedere chi si era prenotato e chi no. Pensi che se un militare vede il suo capoufficio che si è vaccinato non si vaccina anche lui? È molto difficile che non lo faccia”.

Un altro punto su cui il nostro telespettatore mette l’accento è che con i sacchetti preconfezionati che vengono somministrati a chi non ha il green pass non si tiene conto neanche di eventuali allergeni o diete specifiche che invece in mensa è più facile soddisfare.

Si tratta dell’accanimento nei confronti di quella che sembra una minoranza, e la paura è che l’esclusione dalle mense sia solo il primo passo verso demansionamenti o licenziamenti, perché no regolamentati da un obbligo vaccinale.  A lanciare l’esca al Governo, tra gli altri, è il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, che in una intervista a Repubblica sostiene che se il governo ritiene che il vaccino debba essere obbligatorio per tutti allora che faccia una legge ad hoc, senza passare per mezze misure come il Green Pass. “Questa materia spetta al governo e al Parlamento e non può essere semplicemente delegata alle parti sociali”. Insomma siamo alle solite, con il rimpallo delle responsabilità da un ente all’altro. Nel mezzo, però, restano i lavoratori. Discriminati.

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