Le vergognose femministe sbraitano per la festa di Leotta e i testi di Sfera Ebbasta: ma tacciono sulle donne afghane

Di E nel 2021 è forse il caso di ammettere che le femministe sono finite. Disponibili come sono solo, ormai, per i lavori già fatti, per le battaglie marginali, per i tic dell’Occidente. Forse le femministe sono finite se nel momento in cui la Storia offre loro una causa degna di questo nome, si trasferiscono in guardiola.

Gonfie di certezze fino a ieri, quando si trattava di indignarsi per le performer alla festa di Diletta Leotta, per i testi di Sfera Ebbasta, o quando si incendiavano di battaglia per il Ddl Zan. Tutte barricate sul MeToo. Quella sì è una causa glamour: vip, slogan, volti famosi, retroscena succulenti. Niente femministe per le donne afghane. Si sono fatte evanescenti come se avessero preso un’enorme boccata di elio. Troppo faticose o troppo scomode le vite diversamente complicate delle donne di Kabul. I Talebani, il burqa, la sharia, le botte e la sottomissione: e poi il peggio. Perché c’è ancora un peggio: anni di emancipazione scorticati in un istante. Tutto daccapo, da rifare. Lo sfregio della democrazia le risputa indietro di anni.

Ma non ci sono parole di solidarietà e di indignazione. Nessun sermone sui diritti e l’uguaglianza violati, che di solito leccano la pelle come bava di lumaca. A Kabul stilano gli elenchi delle donne non sposate per sapere che carne dare in pasto a quale comandante, per capire quale trofeo distribuire a chi. Ma non si tratta di produttori cinematografici, di attrici o di figlie d’arte. Non ci sono hashtag e braccia alzate mentre si ritira una statuetta, nulla per cui riconoscersi e far vedere che si appartiene. A una causa ganza, tra gente ganza. Non ci sono microfoni o telecamere aperti, non c’è nulla di aperto lì, in realtà. A parte la finestra sul baratro, l’unica cosa spalancata su Kabul. Qui sono chiuse le bocche, inspiegabilmente. Le pasionarie, le arrabbiate perenni, le «contro». Tutte sparite. Tutte silenziosamente uguali e omologate nelle loro diversità.

Intanto la vernice bianca imbratta le pubblicità di parrucchieri e centri estetici a Kabul. Si chiude. Finita, la strada per «indietro» è di qui. Si torna al «prima». Ed è solo l’inizio. Certo che è solo l’inizio. E quelle protestano, a rischio di essere massacrate. Perché mostrare un cartello con slogan a Kabul non è come mostrarlo alla consegna degli Oscar. Lì ci sono la polvere, le mitragliette e i rastrellamenti. Hashtag un bel niente. Non ci sono le femministe dove si fa sul serio. Quindi non ci sono più le femministe. Immerse come sono, in silenzio, nello sciroppo vischioso dell’indifferenza.

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