Gli Usa avvertono l’Italia: “Non potete consegnarvi alla Cina, la stazione ecologica vi renderà dipendenti da Pechino”

Di Leone Grotti – Durante la sua visita in Italia e in Vaticano, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha lanciato un messaggio molto chiaro al governo di Mario Draghi. Va bene la transizione ecologica, va benissimo il Recovery Plan, ma bisogna evitare che i miliardi dell’Unione Europea non finiscano tutti nelle tasche della Cina.

Il Green Deal fa ricca la Cina

Scrive oggi in un retroscena sul Corriere Marco Galluzzo: «Il rischio, ben chiaro agli americani come agli europei, è che parte delle centinaia di miliardi di euro del Recovery vadano a finire in Cina, piuttosto che alle aziende europee. Buona fetta dei Piani è dedicata alla riconversione ecologica delle economie europee. E visto che sul mercato praticamente non esistono in Europa capacità tecnologiche e dimensioni aziendali sufficienti per fornire, tanto per fare solo pochi esempi, tutti gli autobus elettrici, i pannelli solari, le batterie non inquinanti, che dovranno essere acquistati in modo massiccio, anche dall’Italia, esiste il rischio molto concreto che buona parte degli assegni che Bruxelles dovrà girare alle capitali della Ue finiscano per essere incassati a Pechino».

Non è un mistero, continua il quotidiano di via Solferino, «che la Cina abbia oggi quasi il monopolio mondiale delle tecnologie e dell’offerta di manifattura legate alla riconversione energetica». Come abbiamo scritto in un’inchiesta pubblicata sull’ultimo numero di Tempi a proposito del Green Deal, «il 62 per cento delle materie prime indispensabili a portare avanti la rivoluzione verde viene oggi importata dalla Cina». In particolare, «la produzione globale del polisilicio, fondamentale per realizzare le celle fotovoltaiche dei pannelli solari, è in mano a Pechino. Attualmente, il 95 per cento dei pannelli solari prodotti nel mondo è fatto di polisilicio che proviene dal Xinjiang (dove il regime sfrutta il lavoro forzato degli uiguri, tra l’altro)».

Batterie green made in Cina

Non è un problema limitato ai pannelli solari. «Anche il mercato delle batterie al litio di ultima generazione è in mano a Pechino. La Cina produce il 60 per cento della grafite mondiale e sebbene possegga appena l’1 per cento del cobalto mondiale, ha comprato negli anni 8 delle 14 miniere di cobalto più grandi del Congo, responsabile del 60 per cento della produzione globale. Inoltre, i cinesi controllano l’80 per cento del mercato della raffinazione del cobalto. Per quanto riguarda il litio, la Cina è uno dei cinque paesi con maggiore disponibilità e sta acquistando quote nel resto del mondo».

Come sottolineato nell’inchiesta, «il Dragone domina anche il mercato della produzione delle batterie stesse: secondo un rapporto di Benchmark Mineral Intelligence, attualmente dispone di 93 megafabbriche ed entro il 2030 ne avrà 140, contro le 17 europee e le 10 americane. Il Pnrr italiano prevede ad esempio il rinnovo del parco autobus composto da 5.540 mezzi secondo i nuovi criteri green: li faremo costruire tutti alla Cina?».

Gli Stati Uniti avvertono l’Italia

Al momento né l’Italia né l’Europa hanno una risposta a questa domanda. Ma Bruxelles, così come Roma, non possono permettersi la leggerezza di rinviare il problema. La visita di Blinken ha fatto capire a Draghi che gli Stati Uniti ci osservano da vicino e non permetteranno che un proprio alleato, per inseguire pericolosi sogni green, si leghi mani e piedi al suo rivale numero uno.

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