Finalmente c’è un risveglio della Chiesa che torna a difendere i valori della famiglia e della libertà minacciati dalla sinistra

Di Eppur si muove. La Chiesa tuona contro le storture del ddl Zan che vincola la libertà di pensiero. Di tutti, non solo dei cattolici. Lo fa a sorpresa, senza troppe liturgie, con un atto inusuale che i detrattori del Papa ammantano di fragilità per svilirne la potenza, ovattarne il fragore. E invece è un sussulto d’orgoglio che fa tremare chi pensava di poter addomesticare un pensiero che sopravvive immutato da migliaia di anni. E che risveglia un senso di appartenenza un po’ sfiorito sotto i colpi della secolarizzazione, ammonendo tutti che la liquidazione dei cattolici è ancora di là da venire.

È come negli anni Settanta, osserva qualcuno, quando la Chiesa ha scommesso contro l’aborto e il divorzio. Ha perso una battaglia, certo. Ma non la sua identità. Con questa nuova scommessa il Vaticano rivendica il suo bottino, la supremazia dei suoi valori non negoziabili, striglia una classe politica imbelle, le ricorda che non si possono mescolare diritti e desideri e superare indenni la traversata del Tevere.

Certo, passata la paura per la scossa che ha terremotato il Parlamento, l’armata Brancaleone del ddl Zan ha schierato i suoi cavalli e i suoi alfieri a difesa della laicità dello Stato. Ex sacerdoti sposati con uomini, cantanti convintamente mai battezzati, laici di professione, tutti insieme appassionatamente a sperticarsi di esegesi biblica, a interpretare la parola di Dio al Vaticano e alla Cei, ad ammonire i cattolici, a vagheggiare di una Chiesa profondamente divisa. Come se uno juventino volesse spiegare il tremendismo granata al Grande Torino, e fa già ridere così.

Anziché entrare nel merito del ddl Zan e della sua deriva ideologica si ritira fuori il solito distillato anticlericale, «pénsino ai preti pedofili», «e allora l’Imu», «aboliamo il Concordato». Chi lodava il Bergoglio pro immigrazione ora ne reclama l’interferenza, smascherando la sua sulfurea ipocrisia. Puoi parlare finché reciti a memoria il pensiero unico. Ma non praevalebunt, non prevarranno. Non questa volta.

La ferita al Paese aperta negli anni Settanta brucia ancora. Per spezzare «in nome del popolo sovrano» un legame deciso a tavolino, senza sentimenti e pieno di violenza, abbiamo svuotato i legami familiari, abusandone fino a codificarli in mediocri contratti. Per togliere al padre padrone qualsiasi diritto sul corpo della donna abbiamo spento la luce a milioni di creature la cui unica colpa è non avere parola, figurarsi diritto di voto.

Oggi la risposta è una famiglia frammentata, l’utero che si voleva proteggere si svende al mercato della genetica. Il nuovo, comodo alibi si chiama «omotransfobia», lo spauracchio è la violenza contro gli omosessuali. Fenomeno spregevole, già ampiamente normato e lontano dall’essere un’emergenza, a meno di una difficile alchimia statistica. Lo dice un costituzionalista «laico» come Michele Ainis: «Il ddl Zan è superfluo perché le fattispecie che enumera sono tutte già nel nostro codice penale».

Imporre una giornata sulle teorie gender alle scuole elementari, cattoliche o meno, è un abominio. Si vuole manipolare la chimica, la biologia e financo l’italiano per rivendicare una presunta molteplicità di identità di genere, rendere eguali nelle officine dell’ipocrisia le diversità, imbrigliare l’intimità e renderla mutevole in base a una «percezione», indipendentemente da un «percorso di transizione sessuale». Una fictio juris, che inventa una realtà che non esiste. Come sempre la Chiesa, che mette al centro la persona, non i suoi desideri, rivendica una verità cristallina. Eppure, in questi tempi è un atto rivoluzionario, il peso di una croce che solo la Chiesa può sollevare senza il timore di soccombere.

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