Immigrazione, ogni clandestino costa agli italiani 13.000 euro all’anno. Per rimpatriarlo 1.900 euro: mentre l’Italia va a fondo

Di Lorenzo MottolaRimpatriare i migranti non è facile, ma un trucco c’è: pagare. Da anni tutti i governi cercano di incrementare il numero delle partenze verso il terzo mondo ma trovano interlocutori ostili. Prendete il Gambia: perfino l’attuale presidente, Adama Barrow, da ragazzo è entrato in Germania da clandestino per poi esserne espulso. E ovviamente oggi frena su ogni intesa, assolutamente necessaria per convincere i Paesi d’origine a riaccogliere i loro concittadini. Con la giusta cifra, però, ci si può sempre accordare. Il problema è trovare i soldi o almeno utilizzare quelli che sono già stati accantonati in passato e non sono mai stati utilizzati. Partiamo dai numeri: nel 2020 riportare un irregolare nel suo Paese mediamente è costato all’Italia 1.900 euro. Se vi sembra tanto, considerate che mantenere un richiedente asilo oggi può costare fino a 13.000 euro all’anno.

Il prezzo del rimpatrio si ricava in un modo abbastanza semplice: ogni anno il governo deve indicare l’entità della multa da comminare a chi dà lavoro a un sans papier. E questa sanzione corrisponde per legge a quanto l’Italia spende per riportare a casa un immigrato. Così, leggendo la Gazzetta Ufficiale pubblicata questa settimana, abbiamo appreso che la spesa nell’ultimo anno è lievitata parecchio: era di 1.398 euro l’anno precedente. La ragione è chiara: il costo dei viaggi a causa della pandemia è cresciuto. E non solo: oltre a essere più cari, i rimpatri sono stati pochissimi. Finora quest’ anno sono stati circa 600 quelli portati a termine; nel 2020 erano stati 3.585, un numero dimezzato a causa delle varie problematiche determinate dal Coronavirus, che ovviamente ha ribaltato l’ordine delle priorità.

IL CONFRONTO – Facciamo un confronto che fa capire la pochezza di questi numeri: la Germania nel solo 2017 ha fatto ripartire ben 100.000 clandestini. Qual è il trucco di Angela Merkel? La cosa più importante è accordarsi (anche o soprattutto economicamente) con i Paesi del terzo mondo. Come spiegato in un’intervista a Libero dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, il nostro Paese al momento ha solo un’intesa funzionante per quanto riguarda le espulsioni, quella con la Tunisia. Per il resto non si riesce a combinare nulla. Il precedente governo e in particolare l’attuale ministro degli Esteri avevano promesso di raggiungere nuovi accordi. Luigi Di Maio aveva fatto sua anche la lista dei 13 Paesi “sicuri” (in realtà elaborata da Salvini quand’era al Viminale) dove sarebbe stato possibile riaccompagnare i migranti. Erano stati messi sul piatto anche dei soldi. Ma il Conte-bis alla fine ha fermato tutto.

Come noto, Salvini nel corso del suo mandato aveva drasticamente ridotto il numero di sbarchi e anche tagliato le cifre corrisposte ai centri profughi per mantenere i rifugiati. Solo per quest’ ultima parte, era stato risparmiato un miliardo di euro. Una parte di quel denaro era finito in un fondo, istituito con il secondo decreto sicurezza e mai abolito, che è stato destinato alla Farnesina e che sarebbe servito proprio a convincere i Paesi del terzo mondo a collaborare. Inizialmente erano stati stanziati 2 milioni di euro che era previsto venissero incrementati fino a 50. Quel fondo esiste ancora, ma bisogna avere la volontà di rimpinguarlo e usarlo.

I VOLONTARI – Rispetto all’Italia, poi, la Germania impiega un altro strumento in maniera massiccia: quello dei rimpatri volontari. In pratica, i tedeschi mettono soldi in mano ai clandestini in cambio della promessa di non farsi più vedere da quelle parti. Su questa scelta ovviamente si potrebbero porre varie obiezioni, ma comunque funziona. Tanti si sono fatti ingolosire dai 3.600 euro che Angela ha dato agli stranieri per andarsene. E come dicevamo prima, bisogna anche tener presente che tenere i migranti in Italia costa molto di più. Salvini era riuscito a portare l’entità della spesa a circa 9.000 euro all’anno, ora siamo tornati tranquillamente a quasi 13.000. Tutto sommato, il rimpatrio – volontario o meno – conviene.

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