Dopo Berlusconi e Salvini, ora tocca alla Meloni: giustizia ad orologeria per chi non fa parte del “sistema” rosso

Da Il Tempo – Ieri è toccato a Giorgia Meloni subire calunnie e attacchi. La deposizione di un pentito, accuse ridicole su affissioni di manifesti, una specie di giallo senza alcuna prospettiva di successo. Ma con le solite iene rosse pronte a colpire: basta leggere che cosa è arrivato a dichiarare l’uomo del Pd in commissione antimafia, il senatore Franco Mirabelli. Quello che però non vuole l’ex magistrato Luca Palamara in antimafia chiede alla Meloni di smentire ciò che è smentito dai fatti e dalla sua personalità onesta senza ombra di dubbio.

In antimafia, visto che parliamo di clan operanti con metodo mafioso nella provincia pontina, bande di rom in prima fila, Mirabelli ci porti semmai il giornalista di Repubblica che ha scritto un articolo senza preoccuparsi di sentire la versione della Meloni; il pentito ciarliero; e chi ne ha raccolto le parole. Magari si scoprirà anche chi è che diffonde calunnie su fatti che si presume essersi svolti otto anni fa. Se ne ricordano quando leggono i sondaggi.

“Ha ragione ma dobbiamo attaccarlo”, disse Palamara riferito a Matteo Salvini, che è a processo per sequestro di persona. Oggi si può usare la stessa frase contro Giorgia Meloni. E anche contro Silvio Berlusconi, che si torna ad accoppiare ai pentiti di cosa nostra, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Oltre il centrodestra, c’è la frase orrenda del magistrato Nello Rossi sul “cordone sanitario” con cui annullare Matteo Renzi.

Il ministro Cartabia non può restare indifferente rispetto a quello che sembra un vero e proprio assedio ad una politica che non sta zitta. “Ha ragione ma bisogna attaccarlo” vale per tutti quelli che non obbediscono alla sinistra. Ne va del valore di una democrazia ridotta a pezzi. La giustizia al servizio di certa politica non va affatto bene.

Nel suo caso, la Meloni vede anche la propria collocazione attuale all’opposizione. I “fatti” che si riferiscono al 2013, sono davvero surreali. Un ex deputato, Pasquale Majetta, che dice alla Meloni di dare i soldi ad una banda di rom. Chi conosce la leader di Fdi può solo immaginare la risposta se il “colloquio” fosse stato davvero reale: “Perché non glieli dai tu…”. Già, perché la pretesa di sborsare 35mila euro per manifesti affissi avrebbe significato riempire Latina e tutta l’intera provincia di materiale elettorale. Poi, i dettagli ridicoli. Un segretario che non ha mai avuto – come sanno tutti quelli che frequentano la Meloni – una volskwagen nera che non ha mai posseduto e una mitica busta del pane per incartare i quattrini. Purtroppo, non è una barzelletta, ma un verbale di interrogatorio ad un signore che non ha nulla da perdere e che magari spera di ricevere il grazie di Stato per il favore fatto; e non c’è traccia di un solo inquirente che abbia bussato a casa Meloni per farle qualche domanda. No, solo fango, abilmente pilotato sulla stampa amica. A Palazzo di Giustizia non manca mai.

Ecco, da un ministro serio come la Cartabia ci si attende un rigoroso accertamento delle procedure seguite. E un riforma che consenta di non dover più temere per le proprie opinioni politiche. Perché se via via si infangano Berlusconi, Salvini e ora Meloni; e se si pretende di mettere la mordacchia anche a Renzi per le attuali inimicizie a sinistra, non va affatto bene. Basta parole. Chi ha ragione, si difende e non si criminalizza. Sennò vuol dire che è ancora in vigore il metodo Palamara.

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