La “truffa alla nigeriana” è un classico. Un classico dell’Ottocento

Se avete un indirizzo di mail avete ricevuto almeno una volta nella vita un messaggio contenente la classica “truffa alla nigeriana”: uno sconosciuto si presenta dicendo di essere un membro di una famiglia nobile vittima di una persecuzione e aggiungendo di avere un’ingente somma di denaro, alcuni milioni di dollari, che può recuperare soltanto con il vostro aiuto. 

Il vostro nome gli è stato raccomandato da un amico che avete in comune ma che non viene nominato per prudenza. In cambio della vostra assistenza è disposto a darvi una percentuale molto consistente di quei milioni. Per avviare la procedura di recupero, però, ha bisogno che gli anticipiate una piccola somma.

La truffa è diventata particolarmente popolare in Nigeria, dove operano molti dei truffatori che la praticano. Da questa diffusione nel paese è nato il soprannome di “truffa alla nigeriana”, e dal numero della sezione pertinente del codice penale nigeriano è nato il nome alternativo di questo raggiro, ossia 419 scam

Ma questa truffa non è affatto nata con Internet, come molti pensano.

Atlas Obscura segnala che il New York Times del 1898 (sì, milleottocento) parlava già della faccenda dicendo che era una truffa “comune” e “vecchia” che stava riemergendo. Ovviamente non c’era Internet nel 1898, per cui i truffatori comunicavano per posta cartacea.

Scrive il NYT:  

“L’autore della lettera è sempre in carcere a causa di qualche reato politico. Ha sempre una grossa somma di denaro nascosta, ed è immancabilmente ansioso che venga recuperata e usata affinché qualche uomo onesto possa prendersi cura della figlia giovane e indifesa. È al corrente della prudenza e del buon carattere del destinatario della lettera tramite un amico comune, che non nomina per cautela, e gli chiede aiuto in un momento di grande difficoltà.”

In cambio, spiega il giornale, il mittente “è disposto a dare un terzo del tesoro nascosto all’uomo che lo recupererà”. Ma prima ha bisogno di ricevere una piccola somma di denaro.

Gli ingredienti di oltre centoventi anni fa, insomma, sono gli stessi di oggi. Ma si può andare ancora più indietro nel tempo, ai primi dell’Ottocento. Eugène François Vidocq (1775-1875), uno dei padri della criminologia, racconta nelle sue memorie di quando fu condannato a otto anni di carcere per “falso in conti pubblici ed autentici”, nel 1797. In prigione vide che i carcerati scrivevano le cosiddette “lettere di Gerusalemme”, con la complicità dei carcerieri, e ne descrisse il contenuto:

Signore,

Indubbiamente lei sarà stupito nel ricevere una lettera da una persona che non conosce, che sta per chiederle un favore; ma dalla triste condizione nella quale mi trovo, sono perduto se una persona d’onore non mi presterà soccorso: questa è la ragione per la quale mi rivolgo a lei, di cui ho sentito così tante cose che non posso esitare un istante nel confidare tutti i miei affari alla sua cortesia....

La lettera standard prosegue spiegando che lo scrivente diceva sempre di essere il cameriere personale di un noto marchese che aveva dovuto abbandonare il proprio tesoro in un luogo ben occultato per evitare che finisse nelle mani dei malfattori. Il luogo era nelle vicinanze del destinatario della lettera. L‘autore della lettera spiegava che in cambio di un piccola somma si sarebbe potuto liberare dal carcere e avrebbe potuto così condurre il destinatario al tesoro per dividerselo.

Questa è la spiegazione, tratta dalla traduzione in inglese di Les Mémoires authentiques de Vidocq; non trovo online il testo dell’originale in francese.


 

Vidocq spiega tutto: di cento lettere di questo tipo, venti ricevevano sempre risposta. I carcerati si procuravano gli indirizzi delle persone ricche della provincia dai nuovi prigionieri. I ricchi abboccavano a questa storia improbabile, mandando a volte fino a 1500 franchi dell’epoca. E non c’era verso di far capire alle vittime che erano state raggirate: Vidocq racconta del “mercante di stoffe della Rue des Prouvaires, che fu colto a scavare sotto un arco del Pont Neuf [a Parigi], dove si aspettava di trovare i diamanti della duchessa di Bouillon”.

I secoli passano, le tecnologie cambiano, ma le debolezze umane sono sempre le stesse.