Covid, così politica e media di regime hanno nascosto la strage per colpire solo la Lombardia e Fontana

  – In città si vocifera che, per meritare la giusta attenzione, a Piacenza sia mancata un’immagine come quella dei camion dell’esercito che lasciano Bergamo carichi di bare. Non è il desiderio di fare una gara a chi ha sofferto di più, ci mancherebbe. È solo una constatazione. «Quello che ha passato Piacenza in termini di onda d’urto, non so se altre realtà lo hanno vissuto», sussurrano i medici. «Ma di noi si è parlato troppo poco». Forse ci siamo fissati a tal punto su Alzano Lombardo, Nembro e i paesi della Val Seriana che ci siamo dimenticati qualcosa. O qualcuno.

«L’impressione che ho avuto è che per molto tempo Piacenza non venisse neppure menzionata. Nemmeno l’opinione pubblica aveva la percezione di quello che stava succedendo da noi». Patrizia Barbieri, sindaco della città emiliana, il contagio l’ha vissuto sulla sua pelle. Anche un mese dopo aver superato la malattia, la voce è provata da un’esperienza che lei stessa definisce «tutto tranne che una passeggiata». Si è contagiata il 4 marzo, una data che ritorna più volte nel suo racconto come se fosse uno spartiacque. Ci sono un «prima» e un «dopo» il Covid-19. «Un giorno ci siamo svegliati con la notizia che a Codogno era stato trovato il primo caso positivo e in poche ore siamo precipitati a combattere un nemico a mani nude. Molti ritenevano che il virus fosse poco più di una semplice influenza e che bisognava stare calmi, ma noi abbiamo capito subito che non si poteva affatto stare tranquilli».

In fondo non potevano certo essere 16 miseri chilometri ad impedire ad un virus altamente contagioso di superare i confini provinciali e infettare ora questo, ora quel Comune. A dividere Piacenza da Codogno ci sono il Po e una ventina minuti di auto. «Superi il ponte e sei in città», ripetono i residenti. Troppo poco per un virus arrivato da un remoto mercato di Wuhan e in grado di diffondersi rapidamente in tutto il mondo. Per uno scherzo del destino, Sar–Cov–2 potrebbe essersi diffuso a Piacenza proprio per colpa del mercato cittadino. Qui il sabato si riversa tutta la bassa lodigiana. Le vie sono strette, le bancarelle si affiancano. La calca è inevitabile. La settimana precedente all’esplosione del primo focolaio italiano, centinaia di famiglie da Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini camminano spalla a spalla con i piacentini. Fanno compere. Probabilmente si contagiano a vicenda. (…) «Le due realtà vivono in maniera molto stretta, perché per socialità e motivi di lavoro siamo due comunità che si frequentano tantissimo», ci racconta Barbieri. Gli studenti lodigiani vanno a scuola nei licei piacentini. I malati preferiscono l’ospedale emiliano a quello di Lodi. È un fatto storico, di abitudini. Eppure per almeno un giorno, dal 21 al 22 febbraio, in attesa delle decisioni delle autorità, dai Comuni del focolaio ci si muove senza impedimenti. Quando quella stessa sera il governo annuncia finalmente la volontà di trasformare i dieci paesini lodigiani in «zona rossa» è ormai troppo tardi. Piacenza è già infetta. Quel fine settimana si sarebbe dovuta giocare Piacenza–Sambenedettese, valida per il campionato di serie C, e la Bekery Basket avrebbe dovuto sfidare Jesi. L’annullamento delle partite avrà forse salvato decine di vite. Ma non ha potuto evitare l’ecatombe.

Il paradosso infatti è che qui, nonostante la poca attenzione mediatica concentrata sulla Lombardia, si è ripetuto l’identico copione di Alzano Lombardo e della Val Seriana, diventate, secondo la percezione comune, le zone più colpite dall’epidemia. Il 22 febbraio, lo stesso giorno in cui i medici dell’ospedale «Pesenti Fenaroli» scoprono che sta per arrivare loro addosso uno tsunami, il nosocomio di Piacenza riscontra il primo caso positivo. È una signora di 82 anni di Codogno. Quando arriva l’esito del test, l’onda si è ormai abbattuta sulla città. Il giorno dopo, una domenica, i casi saranno già nove tra cui due medici e un’infermiera. Nelle stesse ore, nella Bergamasca, gli infetti sono ancora soltanto quattro. «In 24 ore il nostro stato d’animo è cambiato drammaticamente – ricorda il primario Luigi Cavanna – Tutti avevamo la percezione che stesse succedendo qualcosa di importante. Giorno dopo giorno al Pronto Soccorso arrivavano pazienti con una grave insufficienza respiratoria, che dovevano essere attaccati all’ossigeno, ventilati oppure trasferiti in rianimazione. Erano sempre più numerosi, decine, anche 70 o 80 casi di broncopolmonite al giorno. L’ospedale era saturo di malati e dovevamo trovare un posto dove metterli».

Come ad Alzano Lombardo, nemmeno l’ospedale di Piacenza verrà mai chiuso. Come giusto che sia. Il racconto lo fa un’infermiera, che chiede di rimanere anonima: «Fino a lunedì 24 febbraio non era stato realizzato alcun triage sicché al Pronto soccorso affluivano indistintamente persone che denunciavano febbre e tosse sia altri con differenti tipi di disturbi». I pm avviano quasi subito accertamenti per far luce sull’epidemia, in particolare sulla carenza di dispositivi di protezione individuale per i sanitari. È la prima procura a muoversi, ma non fa scalpore come in Lombardia. «Fatalmente in molti casi si sono verificati contagi sia tra il personale medico ed infermieristico, sia tra coloro che erano stati al pronto soccorso – continua l’infermiera – Molti di questi ultimi, dimessi magari poche ore dopo, se ne sono andati a casa e qui hanno finito per contagiare oltre a se stessi anche i familiari. E da lì che è iniziata la catena di Sant’Antonio. Per di più alcuni malati venivano inviati nella fase iniziale dal pronto soccorso al reparto di medicina interna e solo successivamente, a risultato del tampone noto, si scopriva che erano affetti da coronavirus». Basti pensare che il 26 febbraio le cronache registreranno già sette positivi tra medici, infermieri e operatori sanitari. Ed è solo la punta dell’iceberg.

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