Primo Maggio, non c’è nulla da festeggiare: un giovane su tre non lavora, in un anno persi 900mila posti di lavoro

Di Filippo Burla – Roma, 1 mag – Se già gli scorsi anni c’era poco da festeggiare, dopo più di 12 mesi dallo scoppio della pandemia il Primo maggio diventa ancora di più una mesta ricorrenza. Fatta di tanta retorica da un lato e di disperazione dall’altro. Ascrivendo al primo termine i sindacati della triplice e al secondo i lavoratori. Separati ormai da una clamorosa (ma fino ad un certo punto) frattura tra desiderata e realtà.

900mila occupati in meno

Gli ultimi dati Istat non lasciano spazio a dubbi. Se è vero che il tasso di occupazione prosegue in una (fiacca, a dirla tutta) ripresa, facendo segnare un +0,2% a marzo rispetto a febbraio, è altrettanto vero che si mantiene comunque più basso di due punti percentuali rispetto ai già non esaltanti dati pre-pandemia. Tradotto in numeri grezzi, significa 900mila occupati in meno. Alla faccia di quel “Nessuno perderà il lavoro” che l’allora ministro Gualtieri pronunciava l’11 marzo 2020.

Meglio non va per quanto riguarda la disoccupazione. Registra anch’essa un lieve miglioramento – pur restando in doppia cifra: dal 10,2 scende al 10,1% – ma il tasso resta “viziato” dal blocco dei licenziamenti che il governo ha deciso di prorogare almeno fino all’inizio dell’estate. I veri conti li potremo fare solo dopo.

I giovani non festeggiano il Primo maggio

Un bilancio, invece, si può fare per quanto riguarda i giovani. Il loro Primo maggio ci parla di un tasso di disoccupazione che tocca il 33%: significa che nella fascia 15-24 anni uno su tre è senza lavoro. Non solo: quasi 4,5 milioni di essi sono classificati come “inattivi”, a dire che un lavoro, spesso, nemmeno lo cercano tanto il panorama è desertificato da renderli scoraggiati.

Numeri che ci riportano indietro ai primi mesi del 2012. I primi effetti della riforma delle pensioni targata Fornero iniziarono allora a farsi sentire in termini di mancato ricambio generazionale: la disoccupazione giovanile schizzò fino a superare il 40% a fine 2014. Si sa, secondo il ministro erano svogliati e schizzinosi. Ora siamo di nuovo punto e a caso. Cosa si inventeranno adesso per giustificare l’ennesima tornata di svalutazione interna – questa volta la chiamano lockdown – che si ripercuote sui ragazzi?

Filippo Burla

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