Meloni vola nei sondaggi? Repubblica sparge fango: “Ma gli escrementi del pentito sono proiettili di carta”

Di Renato Farina – Come volevasi dimostrare, Libero ha scritto tre giorni fa: il centrodestra cresce, la Meloni di più, mentre Pd e M5S si sfasciano. «Non prevediamo da parte dei giallorossi colpi di ingegno. Prevediamo però atti di pirateria tramite magistratura. Non hanno mai avuto molta fantasia da quelle parti. Ci provino. Non finirà bene per loro, stavolta».  Ci hanno provato. Ovvio. Meno ovvia la replica di chi – la Meloni appunto – è stata oggetto di una rivelazione che voleva essere una pugnalata alla schiena, atta ad intimidire. Be’, le comunichiamo che non sarà sola nel ribellarsi a questo modo infame di usare i verbali trasferiti in edicola per il killeraggio politico da regime birmano.

Intanto ecco la cronaca dell’agguato. Ieri mattina Repubblica, subito ripresa dalla miriade troglodita dei siti di sinistra, ha proposto una rivelazione pervenuta da fonti giudiziarie. Clemente Pistilli scrive entusiasta di «verbali spuntati fuori con le ultime inchieste da cui emerge ora anche il nome di Giorgia Meloni». I pm dell’antimafia (Dda) Corrado Fasanelli e Luigia Spinelli da tre anni stavano lavorando sui clan sinti in odore di mafia. Finché un pentito, tale Agostino Riccardo, ha dichiarato che nel corso della campagna elettorale 2013 la Meloni: 1) è arrivata in un bar di Latina con autista e Volkswagen nera; 2) ha incontrato un gruppo di giovani nomadi; 3) in cambio di sostegno elettorale e dell’affissione di manifesti ha dato ordine all’autista di pagarli; 3) «i soldi, 35mila euro, sono stati consegnati in contanti dentro a una busta del pane davanti al distributore di benzina di fronte al bar Shangri-la all’Eur».

FALSITÀ SMONTATE – Subito la leader di FdI ha replicato punto per punto, con una calma glaciale, con una diretta su Facebook. Tutto falso. Tra l’altro non ha mai avuto un segretario-autista maschio, e non ha mai né avuto né usato né viaggiato su una auto di quel tipo. La vergogna non è tanto che un pentito menta per la gola, la storia giudiziaria ne è piena, ma che si consenta agli escrementi che ha depositato in procura di trasformarsi in proiettili di carta, e così attentare alla reputazione di persone perbene con l’aggravante di avvelenare i pozzi della democrazia. Porsi la domanda elementare su chi e come abbia trasmesso questi atti al gruppo Gedi (Repubblica-Espresso) siamo consapevoli sia da ingenui. Mai visto mettere sotto indagine per questo reato qualcuno degli uffici di giustizia. Lo dimostrano i casi recenti riferiti all’inchiesta perugina su Palamara con telefonate di giornalisti che riferiscono agli interessati di indagini sul loro conto.

Tutti zitti. Pertanto, realisticamente, all’interrogativo su chi e come abbia violato il segreto lasciamo un punto di domanda destinato all’immortalità. Sul perché, invece, tutto questo sia accaduto – compresa la pubblicazione – anche un asino lo capisce. La Meloni è accreditata del 18,9 per cento dagli ultimi sondaggi, a soli due decimi dal Pd. È la sola forza di opposizione. Indebolirla, sporcando l’immagine del leader con accuse infamanti di collusione con la mafia, ci pare una pista assai battuta. Mai rispondere con la politica, a sinistra è vietato, si è persa l’abitudine, si preferisce il vento della calunnia giudiziaria e mediatica: meglio tutt’ e due insieme.

La Meloni, nel suo video su Facebook, sostiene che la Procura, non avendola convocata, abbia ritenuto inconsistenti le rivelazioni. Ma è ben triste che non ci sia stata una mancanza di vigilanza in una faccenda così grave, e una certa inerzia nel lasciar giacere quelle parole senza provvedere a sentire la persona tirata in ballo. Francamente avremmo sperato in un atteggiamento alla Giovanni Falcone quando incriminò nel 1989 per calunnia il pentito Giuseppe Pellegriti che aveva indicato il deputato andreottiano Salvo Lima come mandante di un delitto di mafia. Ci sarebbe anche la questione morale, su cui ameremmo sentire il parere del direttore di Repubblica Maurizio Molinari, così anglosassone nei modi e nella carriera. E cioè se ritenga corretto non sottoporre a chi si sta per infangare le accuse che lo riguardano consentendogli di fornire la sua versione. Falsi i 35 mila euro, falsi i contanti, falsa la busta del pane, tutto falso. Invece la stilettata nella schiena fa più effetto, non è vero? Che tristezza.

IL NODO DEL COPASIR – Questa vicenda così improvvisamente emersa dal buio, temiamo non sia troppo lontana dall’azione di certe strutture di intelligence, con molti agganci a Repubblica, bisognose di tenere alla larga il partito di Giorgia da un centro nevralgico di osservazione e controllo. Parliamo del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, la cui presidenza spetta per legge all’opposizione. Sulle varie giunte (tipo la Vigilanza sulla Rai, quella per le autorizzazioni a procedere ecc) è una prassi, e come tale non vincolante, ma per il Copasir si è data forza di norma per tutelare una forma di contrappeso rispetto alla dipendenza di servizi interni ed esteri dal governo e dunque dalla maggioranza Un ruolo delicato e di rango “quasi costituzionale”. Ma, guarda un po’, da alcuni giorni è in corso una manovra per aggirare cavillosamente la legge, cercando precedenti che autorizzino il congelamento delle cariche dell’organismo.

Ambienti parlamentari segnalano che in questa ricerca della stabilità ci sarebbe lo zampino di certi personaggi dei servizi segreti, che a quanto pare pretendono di influenzare la scelta del controllore, e preferiscono perciò non avere sorprese e continuare a rapportarsi con l’attuale presidente, il leghista Raffaele Volpi, con il quale hanno stabilito un soddisfacente modus vivendi. Il tentativo di screditare Meloni e tutta FdI entrerebbe in questo tentativo di delegittimazione istituzionale. Una situazione che meriterebbe uno sguardo da parte di Draghi e, per lo meno, di Gabrielli, l’autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.

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