Bergoglio torna alla carica: “Bisogna accogliere e proteggere i migranti climatici”. Ma non in Vaticano

Di Carlo Di Cicco – Accogliere, proteggere e integrare chi fugge dalla propria terra a causa delle crisi del clima sempre più frequenti e gravi in diverse parti del mondo. Lo chiede alla sua Chiesa e alla comunità internazionale papa Francesco che ha fatto della questione climatica uno dei capisaldi del suo pontificato, dedicandovi un’enciclica. Laudato si’ non è rimasta lettera morta, ma punto d’impegno concreto per migliorare l’habitat del pianeta piuttosto compromesso. Un numero crescente di persone costrette a fuggire dalla propria terra a seguito di disastri climatici e ambientali sono una categoria particolare di migranti identificati con il neologismo di “sfollati climatici” in un opuscolo di orientamento pastorale  curato dalla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

L’opuscolo dal titolo “Orientamenti pastorali sugli sfollati climatici” ha richiesto un attento studio preparatorio per non restare generico e astratto. La prefazione è stata curata e firmata dallo stesso papa Francesco che alle sfide di frontiera della povertà e del clima dedica le sue migliori energie. In veste di un Amleto contemporaneo pone tutti a un’alternativa di nuova urgenza: “Per cominciare, propongo di riprendere la famosa frase pronunciata da Amleto, “essere o non essere”, e di trasformarla in “vedere o non vedere, questo è il problema!”. Tutto, infatti, inizia dal nostro vedere, sì, dal mio e dal tuo”. In apparenza sembra non chiedere molto. In realtà chiede di uscire dall’egoismo e dalla pigrizia che impedisce di accorgersi di chi soffre. La sfida dei migranti esiste in modo drammatico e non si può risolverla ignorandola. A cominciare con il voler capire questo fenomeno provocato non più soltanto dalla povertà e dalle guerre, ma anche dai cambiamenti climatici che mandano segnali sempre più frequenti e inquietanti. Se il Covid ha colto l’umanità quasi di sorpresa e perciò impreparata, non si può ripetere lo stesso errore di fronte al degrado crescente della natura.

In qualche modo l’opuscolo degli esperti di giustizia, sviluppo e pace vaticani indica un percorso preventivo e non solo curativo di una condizione di disagio umano. La prima cosa da fare secondo Francesco è quello di “vedere” gli sfollati climatici “divorati” dalle condizioni impossibili di vita nel territorio d’origine causate dai fenomeni distruttivi naturali. Vedere per Francesco vuol dire accorgersi di gente che ha bisogno di aiuto, non far finta di vedere non facendo nulla di efficace nella misura delle possibilità di ciascuno.

Con gli sfollati climatici (attualmente 30 milioni ma in aumento con l’inquinamento) non ci si può contentare di disquisire tra vedere e non vedere senza passare a dare una mano, a costo di qualche nostro disagio. Impegnarsi per questa porzione di umanità è come impegnarsi a riparare una parte del mondo che sta andando in pezzi. Risolvere la questione immigrazione è un problema di tutti e non si può pensare di cavarsela addossando la responsabilità della loro condizione di bisogno agli immigrati. Nessuno si fa migrante per turismo. E di solidarietà abbiamo bisogno tutti.

I cambiamenti climatici colpiscono oramai tutti i continenti. L’insistenza di Francesco ad aprire gli occhi serve a non farsi trovare impreparati come è avvenuto con la pandemia. Nessun Paese al mondo dopo le avvisaglie della Sars ha proceduto a risolvere i segnali di allarme e il virus ha trovato autostrade. Potrebbe accadere una tragedia simile per i cambiamenti climatici originati o affrettati dall’incuria umana. Occuparsi degli sfollati climatici serve ai migranti come cura e a tutti come prevenzione di guai maggiori. Francesco è coerente con un metodo di pazienza pedagogica: siccome le abitudini non cambiano per incanto, egli punta a mettere in moto processi personali e collettivi che nel tempo cambieranno la mentalità e quindi le pratiche.

Per nessun’altra enciclica era seguito un percorso operativo di attuazione. Per lo più encicliche di grande impatto sociale internazionale come furono la Pacem in terris di papa Giovanni e la Populorum Progressio di Paolo VI  sono rimaste finora sogni per il futuro. Ma i cambiamenti climatici non aspetteranno i comodi degli abitanti del pianeta. Pertanto Francesco spinge a mettere in pratica le indicazioni dell’enciclica Laudato si’. Ha fretta per la soluzione delle questioni attinenti la pace, la giustizia e il superamento dell’odio e dell’indifferenza che causano guasti irreversibili.

Il papa chiede in apparenza soltanto di “vedere le popolazioni sradicate dalla propria terra a seguito di disastri naturali causati dal clima e costrette a migrare perché l’ambiente in cui vivono non è più abitabile”. In realtà chiede un modo intelligente e onesto di vedere per rendersi conto che se il cambiamento climatico è un problema comune, “le difficoltà maggiori riguardano coloro che meno hanno contribuito a determinare il cambiamento climatico”.

Molti tra costoro “vengono ‘divorati’ da condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza. Costretti ad abbandonare campi e coste, case e villaggi, fuggono in fretta portando con sé solo pochi ricordi e averi, frammenti della loro cultura e della loro tradizione”.  E se ci educhiamo a vedere davvero questa umanità sofferente sarà normale “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Non si chiedono miracoli, ma di fare abbastanza. E, spiega il papa, “sono tutti verbi che corrispondono ad azioni adeguate”. Francesco non spinge per una ideologia dell’eroismo, ma per la concretezza della fraternità. E non si stanca di proporre l’applicazione di una trilogia risolutiva: Vedere, giudicare, agire che nell’ambito dei migranti – sfollati climatici in specie – diventa accogliere, proteggere, promuovere, integrare.

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